USI/AIT - Cooperative Sociali

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LAVORARE IN COOP. SOCIALE OGGI

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Riflessioni di un compagno di Parma

Lavorare in cooperativa sociale è sempre più difficile per un lavoratore. Se ha un’impostazione “di classe”, è roba da ufo.

Le cooperative sociali, nate negli anni ’80 per riempire, a volte in modo un po’ generoso e volontaristico, il progressivo smantellamento dello stato sociale, hanno effettivamente rappresentato una dimensione etica che rispecchiava una sensibilità sociale verso settori di popolazione ritenuti “svantaggiati”.

Se questa impostazione è in parte rimasta nelle cosiddette cooperative “piccole”, realtà che andrebbero esaminate a parte per le loro luci ed ombre (si legga: partecipazione in cambio di autosfruttamento) , le cooperative più grandi sono ormai aziende in tutto, e per di più caratterizzate ad un’adesione così totalizzante all’ideologia di mercato, da lasciare basiti, o forse no: proprio lo status di “soci-lavoratori”, in realtà privo di qualunque fondamento etico e valoriale, permette uno sfruttamento così intensivo che forse un padrone privato classico non potrebbe permettersi.

Legacooperative e Confcooperative del resto sono organismi fondamentali per il mantenimento di una società così ultraliberista, e non a caso che, il ministro Poletti docet, i provvedimenti più ristrettivi sui diritti dei lavoratori siano espressione del mondo fu cooperativistico.

Chi ha avuto la sorte di “attraversare” come socio-lavoratore il mondo delle grandi cooperative negli ultimi vent’anni, a dire la verità, non ha riscontrato grandi differenze sostanziali. Ciò che è cambiato è l’autorappresentazione di se stessi e di un mondo particolare: la retorica (che tale era) solidale del mondo cooperativistico è ormai divenuta solo frase fatta a cui non crede più nessuno e da utilizzare solo in occasione degli auguri di natale, il modello trionfante è ormai quello aziendalistico tout-court, persino nel linguaggio. Fosse solo un aspetto semantico, sarebbe un segno dei tempi: il problema è lo spostamento totale sul piano dei diritti, intendendo con questi una base certa e duratura su cui contare. Il lavoratore in coop. sociale di fatto non ne ha, in balia del coordinatore di turno, dei responsabili di turno, dei presidenti (questi mai di turno, visto che da decenni sono sempre gli stessi, in barba ad un qualsiasi discorso di democrazia e decenza), che fanno e disfano le regole a seconda della convenienza, a volte addirittura inventando una giurisprudenza che non esiste, a volte minacciando, alludendo, ricattando.

Le assemblee di fatto non esistono più, se mai hanno avuto un valore: il Consiglio di Amministrazione propone ciò che, secondo esso, è funzionale ad un utile economico secondo le logiche più selvagge del capitalismo, e la finzione assembleare, vissuta essenzialmente da “quadri” interessati a dimostrarsi più realisti del re mostrandosi in grandi ammiccamenti servili di fronte al potente e di pochi lavoratori-utili idioti che capiscono bene come la loro posizione di lavoratori ultra-precari possa passare anche dai sorrisi e dall’accettazione di rituali, deve semplicemente avallare ciò.

Trasparenza, informazioni preventive, dibattito, confronto: non esiste niente di tutto ciò.

Emblematico ciò appena accaduto in Proges pochi giorni fa: in un momento di crisi, questa sì, non retorica ma pesantissima per i lavoratori, un’assemblea ha approvato un aumento della quota sociale per chi lavora in coop. sociale a 2000 euro, e chi lavora nelle pulizie (settore proverbialmente composto da benestanti..) addirittura a 3000 euro.

Quale può essere il senso della decisione? Quale la convenienza effettiva per quei lavoratori che hanno votato ancora una volta di legittimare il proprio sfruttamento avallando logiche di mercato aliene dal proprio interesse reale?

Di opposizione non se ne sa nulla. Ma meglio chiedersi: possibilità di opposizione vera? Nessuna: anche perché nessuno sapeva bene cosa c’era in ballo, e comunque anche se ci fosse stata vera informazione, la possibilità reale di incidere concretamente per bloccare una decisione presa dall’alto sarebbe stato impossibile, perché in questi casi pacchetti di voti di soci consenzienti sono sempre pronti. Ma prima ancora, c’è che vige la più totale rassegnazione, tanto che le assemblee dei soci sono per lo più disertate dalla base (che evidentemente ha ben chiara la differenza tra l’”essere” soci e il “sembrarlo”..).

A memoria, i solo momenti realmente di conflitto autorganizzato a Parma all’interno delle coop. sociali si devono, qualche anno fa, al gruppo di lavoratori raggruppati prima in Domus e quindi in coop. Dolce, organizzati da USI-AIT, che non solo si resero protagonisti di legittimo e meritorio sabotaggio (usiamo i termini che meritano) verso decisioni concertate dalle dirigenze, suscitando grande scorno in esse, ma negli anni seguenti ottennero anche significati risultati in ambito propriamente sindacale (leggi: diritti, dignità, soldi).

Da queste esperienze di autorganizzazione bisognerebbe ripartire, riprendendo pratiche conflittuali consapevoli volte non solo a tutelare i propri diritti ma a smascherare la vera natura della grande cooperazione sociale, dei legami tra queste e le amministrazioni comunali e i sindacati CGIL- CISL (UIL in coop. di fatto non esiste).

Ultimamente, un certo fermento si è riscontrato grazie all’agitazione degli educatori dei servizi educativi a cui il Comune (a giorni alterni) sembra voglia tagliare il numero delle ore, ed a questi va tutto il nostro solidale appoggio.

Ugualmente, a questi colleghi teniamo a ricordare che la loro lotta diverrà qualcosa di importante e reale solo se sapranno coniugare anche coi genitori dei ragazzi disabili una vera condivisione della conflittualità come valore sindacale universale agito da lavoratori coscienti e non come estemporaneità interclassista contro il Comune di turno; se questa lotta saprà riconoscere nelle cooperative non degli alleati in questa lotta ma degli agenti di sfruttamento interessati a cavalcare una mobilitazione di altri; ma soprattutto se si smarcheranno da un patrocinio dei sindacati confederali che, prima ancora che inutile e vano, in realtà rasenta l’indecenza.

I sindacati confederali (CGIL in primis) in questi anni, e in questa città soprattutto, sono stati tra i più importanti protagonisti (in negativo) del progressivo ed inesorabile arretramento dei diritti dei lavoratori in cooperativa, coi loro accordi non solo nazionali ma anche territoriali sempre al ribasso; con i loro intrallazzi tra amministrazione comunale- centrali coop- dirigenze coop- funzionariato sindacale, che in alcuni casi ha rappresentato una vera e propria cogestione, con le stesse figure nei posti- chiave dell’uno o dell’altro. Ma soprattutto questi sindacati hanno contribuito al più importante e negativo aspetto della situazione attuale: lo svuotamento della coscienza di classe. I lavoratori, in cambio di un appoggio solo teorico e mai reale, in cambio di una lettura di una busta-paga, in cambio di servizi di patronato (a pagamento), hanno delegato in bianco a queste organizzazioni d’intermediazione lavorativa ogni forma di rappresentanza, di autorganizzazione, di consapevolezza di se’, dei propri diritti e della propria professione. La delega impera solo in soggetti passivi che si mobilitano a comando.

E’ per questo che invitiamo questi educatori a prendere davvero in mano la propria lotta: garanzie non ne avranno (cosa che del resto non avrebbero neanche delegando ad altri), ma resterà loro la dignità di averci provato davvero, per obbiettivi riconosciuti come tali da loro.

Per difenderci, non ci sono scappatoie: basta soggetti isolati e ricattati, ma lavoratori coscienti ed autorganizzati.

 

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